In concomitanza con la rassegna cinematografica Notti Disarmate organizzata dai volontari del Servizio Civile Nazionale, quest’anno sarà possibile visitare fino al 17 giugno la mostra Messa a fuoco. La violenza nei manifesti di propaganda degli anni ’40, organizzata dai volontari del Servizio Civile, promossa dal Comune di Venezia e con la collaborazione dell’Archivio Generale del Comune di Venezia, Direzione Sviluppo del territorio.

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Venezia nel 1944 si presentava come città da “guerra civile”, divisa tra l’occupazione tedesca, gli organi della Repubblica Sociale Italiana e l’attività dei partigiani. In una situazione di questo tipo, la propaganda nazifascita rivestì un ruolo significativo, vedendo coinvolto in prima linea l’Ufficio Affissioni della città. A Venezia, come in tutte le città d’Italia, le strade si riempivano da un giorno all’altro di manifesti propagandistici che rappresentavano l’immagine forzata dal potere e la massa cittadina che si vedeva riflessa o forzatamente indotta in ruoli e desideri che non le appartenevano. Proprio in ambiti grafici spesso la violenza veniva raffigurata sotto diverse forme e simboli, molte volte inediti.

La mostra riflette sul delicato tema della rappresentazione della violenza cercando un dialogo tra le proiezioni della rassegna cinematografica Notti Disarmate con le riproduzioni di 14 manifesti provenienti dall’Archivio Storico Municipale di Venezia.

Osservando forme e contenuti di queste opere prima e dopo la visione dei film, la violenza emerge nella sua crudezza e ci interroga tutti su chi siamo, se attori o spettatori di questo problematico quanto inquietante momento storico.

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Curatore: Luca Canal

Comitato scientifico: Cristina dal Gian, Alessandra Gregorini

Comitato tecnico: Nicola Boscolo Bragadin, Giacomo Bettini, Marcello Daidone

Comunicazione e organizzazione: Matteo Cattelan, Giulia Concina

Progetto grafico: Veronica Gennari, Carmen Rodrìguez de la Fuente

Progetto di allestimento: Maria Acanfora

La mostra è visitabile nell’orario di apertura della Casa del Cinema.

MONTY PYTHON – IL SENSO DELLA VITA

REGIA Terry Jones OR. Gran Bretagna, 1983, DUR. 101′.

a cura di Matteo Cattelan e Giulia Concina


12859COMMENTO

Nel proporre la propria versione di cosa significhi esistere su questa terra, il celebre gruppo comico inglese dei Monty Python gioca con la forma stessa del narrare. Non è un racconto unico, né un film a episodi, ma un insieme di brevi spezzoni che intendono rappresentare momenti salienti e comuni della vita di ognuno, dalla nascita alla morte. Ogni sketch presenta una situazione consueta che vira bruscamente nell’assurdo più strampalato come lo stesso film, brillante mosaico di paradossi che si prendono gioco delle convenzioni della vita e del raccontare la vita.

CONTESTO

Ma qual è dunque il senso della vita? Se una risposta definitiva giustamente i Monty Python non la danno, si può però avere dal loro film una miriade di non-risposte. Quale non è il senso della vita? Non è vivere secondo le condizioni sociali, istituzionali e pure linguistiche. Non è vivere come “si dovrebbe” (ed è paradigmatico che la cornice sia formata dalla chiacchera di pesci in un acquario: un gruppetto sociale equilibrato e privo di conflitto, ma in gabbia). La comicità paradossale dei Monty Python dunque si trasforma in un vortice di ribaltamenti paradossali, in un estremo rifiuto della filosofia del “live and let live”. Il sovvertimento comico non risulta come un momento carnevalesco di rovesciamento normalizzante della situazione (rovesciamento che rafforza la stabilità socio-culturale) quanto una possibile e parziale risposta alla “Grande Domanda” che soggiace al film. Una risposta unica e risolutiva non è possibile, ma non per questo la questione va evitata o lasciata da parte, tutt’altro: proprio perchè si è esseri umani la questione va affrontata, con una sorta di “disperazione creativa” (per citare una definizione dell’anarchia dello studioso Colin Ward) in grado non di trovare facili soluzioni, ma di opporsi proprio a quest’ultime. Un’assunzione di responsabilità che – deformata dalla comicità surreale dei comici britannici – s’intende in questa rassegna correre in parallelo con quella del rifiuto di servire sotto le armi che è stato l’atto generativo del Servizio Civile com’è oggi.

Il generale: Va benissimo prendere in giro i militari, ma quando si considera il significato della vita è la lotta tra punti di vista contrastanti della vita stessa e senza la capacità di difendere il proprio punto di vista contro altre, forse più aggressive ideologie, allora la ragionevolezza e la moderazione possono semplicemente scomparire. Ecco perché… un esercito è indispensabile! E che Dio mi fulmini se le cose stanno diversamente. [Cade un fulmine]

Annunciatrice alla fine del film: Ecco il senso della vita: be’, non è niente di speciale… siate gentili con il prossimo, non mangiate i grassi, leggete un buon libro, fate passeggiate e cercate di vivere in pace e armonia con gente di ogni fede o nazione […] E infine ecco delle figure assolutamente gratuite di peni per dar noia ai censori e speriamo per suscitare qualche controversia il che sembra l’unico modo oggigiorno per indurre la gente satura di televisione ad alzare il fottutissimo culo e tornare al cinema. Spettacoli per famiglia? Tutte balle. Non vogliono che porcherie: tipi che si fanno cose a vicenda con seghe a mano durante il thè di beneficenza, baby-sitter pugnalate con aghi da maglia da candidati alla presidenza checche, vigilantes occupati a strangolare galline, bande armate di critici che sterminano poveri esordienti; dov’è il divertimento nei film?

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LOTHAR

REGIA Luca Zuberbühler OR. Svizzera, 2013 DUR. 13′

Lothar ha un problema: ogni volta che starnutisce qualcosa si rompe. Una caratteristica surreale che lo costringe a fare una vita da recluso. Un giorno il tostapane cui è tanto affezionato – e dono della sua amata mamma – si rompe. Lothar deve quindi uscire dal suo sicuro ambiente.

LA CASA DEL CINEMA – VIDEOTECA PASINETTI

Giovedì 28 aprile or. spett. 17.30/20.30

LEVIATHAN – 26 aprile 2016

Pubblicato: 26 aprile 2016 in Uncategorized

LEVIATHAN

REGIA Andrei Zvyagintsev, OR. Russia, 2014, DUR. 136′.

A cura di Matteo Cattelan e Giulia Concina


Leviathan-Poster-compressedCOMMENTO

Nella Russia contemporanea, in un paesino del nord, i cui paesaggi sanno farsi metafora dell’esistenza, il regista ambienta la storia di Kolia, un uomo a cui il corrotto sindaco locale vuole espropriare terra e possedimenti. Kolia cerca di contrastare l’attacco affidandosi ad un avvocato, che tenta di far pendere la giustizia in suo favore. Nonostante l’onestà e la linearità delle sue azioni, Kolia, trasposizione contemporanea della figura biblica di Giobbe, assiste impotente allo sgretolamento di tutto ciò che gli sta intorno, di tutto ciò che è.

Il film si fa parabola contemporanea, ricalcandosi su di un fatto di cronaca avvenuto in Colorado: un uomo viene tormentato per l’espropriazione dei suoi terreni, ma non cede, così viene costruita una recinzione attorno alla sua proprietà. Esasperato si procura un bulldozer col quale distrugge ogni palazzo e recinzione sul terreno, dichiarando, un attimo prima di suicidarsi: “Prima nessuno ha voluto ascoltarmi, ora lo devono fare tutti”. Il regista intesse una trama in cui Chiesa ortodossa e Stato corrotto costruiscono lo scheletro, l’ossatura del mostro, in questo film in cui gli uomini sono come barche: nate per navigare sul mare, ma ormai ridotte a relitti, senza neanche più l’intenzione di galleggiare.

CONTESTO

«Così come tutti noi, per nascita, siamo marchiati dal peccato originale, allo stesso modo nasciamo in uno “Stato”. Il potere spirituale dello Stato sull’uomo non conosce limiti» (Andrei Zviagintsev).

La rassegna Notti Disarmate propone il film Leviathan nell’intento di farne un esempio di come l’uomo soffra la morsa violenta dello Stato nei suoi confronti.

Il Leviatano di Hobbes diventa la metafora perfetta del sistema di controllo di uno stato che sa farsi potenza senza controllo, in grado di soverchiare le sue stesse strutture (l’uomo stesso e la giustizia), incapace di scendere a compromessi ma abile nel calpestare con forza e oppressione ogni forma di opposizione. Il film si definisce come una scacchiera in cui a muovere i pedoni sono intenzioni calibrate; ciononostante una ad una cadono tutte le figure; resta soltanto la struttura eterna e universale della scacchiera stessa, incurante di regole o paradigmi, perché assoluta, al di sopra delle parti, fuori dal tempo e dal contingente.


maxresdefaultInteressante soffermarsi su come in Russia il film sia uscito in versione esclusivamente censurata; il regista è stato accusato di essere più alla ricerca di premi e successo, piuttosto che di verità. Il Ministro alla Cultura ha assicurato che film simili, prodotti anche con finanziamenti dello stato, in futuro non riceveranno più aiuti governativi; è anche stato chiesta la restituzione degli stessi fondi ricevuti, da parte del regista.

Il film ha suscitato dunque forti polemiche in Russia nonostante le sfumature universali che il film stesso aveva attribuito al leviatano. La forza distruttrice del mostro si scaglia allora sui personaggi che lo fronteggiano o solamente lo sfiorano: la macchina da presa insiste impietosa nel testimoniare cosa resta dell’uomo alla fine di ogni situazione: visi affranti, espressioni consumate, quasi fosse anch’egli una carcassa da contemplare: “Tutti abbiamo colpa di tutto”.

SUSYA

REGIA Dani Rosemberg, Yoav Gross OR. Istraele 2011 DUR. 15′

Un sessantenne palestinese e suo figlio arrivano in un sito archeologico di un antico insediamento ebraico e comprano un biglietto per entrare. Questo è l’unico modo per ritornare nel loro villaggio natio, che hanno dovuto abbandonare e che non visitano da 25 anni.

LA CASA DEL CINEMA – VIDEOTECA PASINETTI

Martedì 26 aprile or. spett. 17.30/20.30