220px-GummoposterTitolo: GUMMO

Regia: Harmony Korine

Origine: Stati Uniti d’America, 1997

Durata: 89′

Lingua: v.o.sott.it.

Programmazione: MARTEDI’ 18 APRILE ore 17:30 e 20:30 presso la Casa del Cinema – Videoteca Pasinetti (Palazzo Mocenigo, San Stae 1990, Venezia)

A cura di Alberto Scatto Vio

Pellicola indipendente del 1997, in Gummo prevarica la provocazione della società americana. Siamo a Xenia, paese di provincia del profondo Ohio. Quei paesi fuori dalle grandi città, dove esiste la vera America fatta di routine quotidiana, noia, soliti posti, soliti bar e solite persone, dove non c’è veramente nulla da fare se non passare il tempo facendo sempre e solo le solite cose. L’uragano Gummo sconvolge la “vita” di questa cittadina. In questo film seguiamo le vicende di due ragazzi che per vivere cacciano gatti da rivendere a un ristorante cinese. Coi soldi ricavati da questo commercio comprano colla da sniffare e pagano le performance sessuali di una prostituta down.

Il film è una parabola ascendente sulle fragilità della società media americana, fuori dal melting pot delle grandi città e lì dove si trovano quegli USA nudi e crudi di cui se ne parla molto poco. Pellicola forte come forte è la colonna sonora che funge da collante per trasmettere allo spettatore un senso di cupezza. Certo, in alcuni momenti passano canzoni di Buddy Holly e Madonna, ma la colonna sonora vera e propria passa dal Black Metal norvegese all’hardcore punk per poi girarsi verso il Death Metal e il Grindcore. Musiche pesanti, cupe, estreme, non adatte ai deboli di cuore.

akira_poster_03Giovedì 13 aprile: AKIRA

Regia: Katsuhiro Otomo

Origine: Giappone, 1988

Durata: 125′

Lingua: v.o. sott.it.

Programmazione:GIOVEDì 13 APRILE ore 17:30 e 20:30 presso la Casa del Cinema – Videoteca Pasinetti (Palazzo Mocenigo, San Stae 1990, Venezia)

A cura di Alberto Scatto Vio

Basato sul manga omonimo del medesimo autore, Akira ci “regala” uno spaccato da un futuro prossimo apocalittico.

Siamo nella città di Tokyo del 2019, la Terza Guerra Mondiale combattuta con armi atomiche finita nel 1988 ha lasciato segni indelebili. La Nuova Tokyo, immersa tra luci e ombre, la ritroviamo in uno scenario a metà tra l’apocalittico e l’avanzata tecnologia, dove i giovani si costituiscono in bande di teppisti scorrazzando liberi tra le strade, e le luci sfavillanti dei ristoranti e dei locali notturni. Ed è proprio in una di queste bande di teppisti (molto simili alla Yakuza) che ritroviamo il protagonista del film ovvero Tetsuo, un giovane molto schivo e succube del capo della sua banda di appartenenza. Tetsuo si ritroverà però ad affrontare una sfida non da poco quando si ritroverà faccia a faccia con un Esper, persona con poteri psichici frutto di esperimenti governativi, fuggito, grazie ai rivoluzionari, alla cattività in cui l’esercito l’aveva rinchiuso.

In questo scenario il regista Otomo mette in scena le più varie sfaccettature del nostro mondo e della nostra psicologia, mischiando lo stile cyberpunk (usato moltissimo nei film e nei manga giapponesi quali Ken Shiro e Ghost in the Shell, ma anche nei film americani come Blade Runner) a tematiche profonde.

Gli aspetti politici e filosofici la fanno da padrona, passando dal potere militare e l’orrore della guerra e delle tensioni sociali, fino a interrogarsi sul significato della vita e su ciò che essa genera. Lo spettatore viene così catapultato in un mondo diviso da barriere non solo fisiche, ma anche mentali, in una cornice a metà tra distruzione e genesi.

La colonna sonora firmata da Shoji Yamashiro dà alle immagini e alla fotografia un impatto e una potenza devastante e cruda, che non colpisce solo l’occhio ma anche il cuore.

CURIOSITA’:

all’epoca il film venne realizzato investendo 1 miliardo di Yen, impegnando per anni ben 1300 animatori provenienti da 50 studi cinematografici diversi;

– il 90% del film è stato disegnato e realizzato a mano;

i produttori raggiunsero uno speciale accordo sindacale che consentiva agli animatori di lavorare alternandosi in turni diurni e notturni, permettendo quindi che la realizzazione del film procedesse ventiquattro ore su ventiquattro.

(fonte: cineblog)

Giudizio_universaleMartedì 11 aprile: IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Regia: Vittorio De Sica

Origine: Italia, 1961

Durata: 97′

Programmazione: MARTEDì 11 APRILE ore 17:30 e 20:30 presso la Casa del Cinema – Videoteca Pasinetti (Palazzo Mocenigo, San Stae 1990, Venezia)

A cura di Eloisa Antonini

Alle 18 incomincia il giudizio universale!

Questa è la frase che nel cielo di Napoli e delle altre città di tutto il mondo si sente continuamente. Inizialmente molti sembrano pentiti e hanno voglia di cambiare, ma alla fine tutto ritorna come prima. Vittorio De Sica dirige un film interessante, lascia lo spunto del neorealismo e si muove verso un territorio ricco di simbolismi e metafore.

Scritto dal grande Cesare Zavattini, la storia si incentra sul tema della fine del mondo, su un giudizio divino verso la vita umana, e le cose da condannare sono parecchie: da un mercante di bambini, interpretato da Alberto Sordi, a borghesi che si sono arricchiti con truffe, estorsioni e criminalità di ogni genere. Questo giudizio universale però finisce come una farsa dove alla fine tutti ballano e il film, da bianco e nero, diventa a colori proprio per evidenziare la vita e non più la morte così incombente. De Sica non trascura nessuna scena, da quella di Gassman, un nobiluomo vittima dell’immagine e dunque di invidie accecati degli altri come gli confessa il suo presunto amico, la famiglia borghese arricchita grazie ad eccidi e dunque alla povertà di qualcuno (e qui è forte la poetica dessicchiana che evidenzia da sempre l’apologia verso i poveri), il mercante di bambini venditore e mistificatore dell’innocenza, l’uomo appena vedovo che tenta l’approccio con una bella ragazza, chiaro esempio di non fedeltà nel corpo e nello spirito, un uomo colpevole davanti ad una giuria di determinati reati relativi all’immagine. In ogni modo ce ne sono parecchi di casi che non vanno, ma tutto si risolve con un laccio intorno al collo del povero cane che gironzola come un anima persa, così l’uomo pronto a stringere quel collo come un gesto di superiorità razziale, o meglio di classe. Indimenticabile la scena finale a colori con il megafono che annuncia il nome scambiato per il ritorno del giudizio universale (e non a caso due ragazzi ballano, poiché l’innocenza non ha paura del giudizio universale.


Godzilla_Movie_Posters_-_Gojira_-French-Titolo: GODZILLA (titolo originale: GOJIRA)

Regia: Ishirō Honda

Origine: Giappone, 1954

Durata: 96′

Lingua: v.o.sott.it.

Colore: b/n

Programmazione: GIOVEDì 6 APRILE ore 17:30 e 20:30 presso la Casa del Cinema – Videoteca Pasinetti (Palazzo Mocenigo, San Stae 1990, Venezia)

Recensione a cura di Eloisa Antonini

Nelle isole asiatiche di Odo e Ragos vive Godzilla, essere preistorico sopravvissuto per milioni di anni che subisce delle mutazioni genetiche a seguito degli esperimenti nucleari americani nelle zone incontaminate in cui vive. Le radiazioni hanno aumentato smisuratamente le dimensioni di Godzilla che è così diventato un sorta di dinosauro gigante. Il suo nutrimento è costituito dall’energia delle radiazioni nucleari stesse, può inoltre compiere il processo inverso, generare energia atomica dal proprio corpo e creare così una sorta di “fiamma radioattiva” dalla bocca. Godzilla giunge fino in Giappone per seminare panico e morte.

In realtà il ruolo e le caratteristiche fisiche di Godzilla sono cambiate negli anni. Se originariamente è stato concepito come mostro malvagio e feroce, nemico dell’umanità, nei film degli anni sessanta e settanta ne diviene alleato per poi ritornare cattivissimo negli anni ottanta e nel remake del 1998. Ma anche quando è pericoloso per gli umani, Godzilla si ritrova spesso nel ruolo dell’eroe, in quanto protegge il Giappone dai vari mostri che periodicamente lo attaccano. Infatti l’antica gigantesca creatura considera il Giappone casa sua data l’abbondanza di cibo e di energia nucleare (sua primaria fonte di energia) e non tollera quindi che il suo territorio venga invaso.

Implicazione politiche e storiche del film

Il fatto che questo mostro sia stato creato proprio da radiazioni americane emanate da esperimenti nucleari e che giunga a danneggiare le grandi metropoli giapponesi, vuole essere una vera e propria denuncia contro il pericolo di una guerra nucleare. Non c’è traccia di umorismo, vi sono scene altamente drammatiche che richiamano alla mente scenari che per il Giappone di allora erano storia recente e che potrebbero ritrovarsi un giorno in tutto il mondo: per esempio il passaggio di Tokyo distrutta dalla furia di Godzilla richiama chiaramente gli scenari devastati dalle bombe atomiche americane di Hiroshima e Nagasaki. Il risultato è appunto un film suggestivo e sconvolgente, specie se lo si guarda con gli occhi del 1954, un periodo nel quale non si era certo abituati alla computer grafica di oggi e alle tecniche digitali sofisticate che tutto possono.

Curiosità

Il film di Honda è forse il miglior esempio di horror/sci-fi anni 50, tant’è che lo stesso George Lucas lo definisce di enorme stimolo e insegnamento per le miniature di Godzilla, che ha usato come fonte d’ispirazione per i film di Star Wars.

Durante la furia di Godzilla attraverso il centro di Tokyo, uno degli edifici che il mostro distrugge è il Teatro Toho e alcuni spettatori che stavano guardando il film in quel cinema hanno effettivamente pensato che il locale fosse stato attaccato, cercando così di correre fuori.

Il nome Godzilla è adattato all’occidentale, il nome originale giapponese è Gojira, una combinazione delle parole giapponesi per gorilla (gorira) e balena (kujira). Il mostro è stato chiamato così perché il suo disegno originale era quello di un mostro “gorilla-balena”, quando però il produttore Tanaka vide il film americano il risveglio del dinosauro del 1953 ebbe l’idea di trasformare Godzilla in un dinosauro. Nonostante il cambiamento fisico del mostro, il nome è rimanne.

Godzilla del regista Honda fu il film giapponese più costoso mai realizzato fino al momento della sua uscita e diventò così la risposta distruttiva e mostruosa giapponese a King Kong del 1933.

la soufriéreTitolo: La soufrière – in attesa di una castrofe inevitabile

Regia: Werner Herzog

Origine: Germania Ovest, 1977

Durata: 30′

Lingua: v.o.sott.it.

Programmazione: MERCOLEDì 5 APRILE, ore 18:00 presso la Casa del Cinema – Videoteca Pasinetti (Palazzo Mocenigo, San Stae 1990, Venezia)

Recensione a cura di Eloisa Antonini

Nel 1976, l’isola di Guadalupa nelle Antille, viene evaquata a causa di un’imminente eruzione vulcanica. Alla notizia che un contadino si rifiuta di lasciare l’isola nonostante il pericolo, il regista tedesco Wener Herzog, considerato tra i più importanti esponenti del cosiddetto nuovo cinema tedesco, nonché uno dei massimi cineasti viventi, partì alla volta dell’isola con la sua troupe. I film di Herzog sono spesso segnati da travagliate odissee produttive come in questo caso: infatti La Soufrière è uno dei film più rischiosi del regista che va letteralmente incontro alla potenza primordiale della natura e ad un pericolo immiente che costringe a riflessioni esistenziali e spinge ad ossevare la condizione di povertà materiale e dignità spirituale dell’uomo. Herzog con alle spalle più di 50 pellicole a metà tra la finzione e il documentario, ha coniato uno stile tanto inconfondibile quanto inclassificabile. Questo film è un documentario di grande importanza per l’isola di Guadalupa, della quale testimonia un momento storico. La prevista eruzione catastrofica, poi comunque, non ebbe luogo.

Per noi, le riprese di questo film hanno assunto un aspetto patetico, e così tutto è finito con un nulla di fatto e nel ridicolo più concreto. Ora diventerà il documentario di una catastrofe inevitabile che non si verificò” Wener Herzog.

 

etz-01Titolo: La Jetèe

Regia: Chris Marker

Origine: Francia, 1969

Durata: 28′

Colore: b/n

Programmazione: MERCOLEDì 5 APRILE, ore 17:30 presso la Casa del Cinema – Videoteca Pasinetti (Palazzo Mocenigo, San Stae 1990, Venezia)

Recensione a cura di Eloisa Antonini

28 apocalittici minuti. Una storia di viaggi temporali in cui la tragedia personale si scontra con il destino dell’umanità, dove i personaggi cercano una soluzione alla fine del mondo percorrendo l’unico sentiero rimasto aperto, il tempo. Il tutto è narrato da una voce fuori campo che guida lo spettatore nel succedersi di fotogrammi fissi in bianco e nero di pellicola cinematografica a 35mm. Tuttavia è presente una breve sequenza filmata di pochi secondi, atta a sottolineare un momento di forte intensità emotiva. La jetèe ha inspirato il film l’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, del 1995, che offre numerosi rimandi al film di Marker. La jetèè viene definito dall’autore Chris Marker (al secolo Christian François Bouche-Villeneuve) un cine-romanzo, uno strano ibrido che mescola cinema, narrativa, documentario e fotografia. Un esperimento unico che nulla ha a che vedere con i “cineromanzi da rivista” popolari negli anni 50. Il film è ambientato in un indefinito futuro prossimo in cui la terra è devastata da una terza guerra mondiale e contaminata da un olocausto nucleare che consente il rifugio ai pochi umani superstiti solamente in gallerie sotterranee. Come ratti nel sottosuolo di una Parigi ridotta a rovine, i pochi scienziati sopravvissuti cercano una soluzione alla catastrofe attraverso un uomo, un eroe senza nome, un prigioniero di guerra sottoposto a dolorosi esperimenti che attraverso continue iniezioni di droghe dovrebbero proiettarlo nel passato attraverso il vascello della sua sola mente. L’uomo, scelto per la forte capacità immaginativa, ricorda con chiarezza un episodio di quando era bambino nel periodo prebellico: il pontile dell’aeroporto di Orly (da cui il titolo, la jetèe, che in francese indica il molo d’imbarco), un volto di donna, un uomo che corre e poi cade esangue).

La jetèè e l’esercito delle 12 scimmie

Terry Gillian ha preso molto da la jetèè per il suo film del 1995, l’esercito delle 12 scimmie. Ecco gli elementi del corto di Marker che 32 anni dopo si possono trovare nel film di Gilliam:

– i sotterranei dove in entrambi i film un prigioniero viene costretto a viaggiare nel tempo attraverso esperimenti e iniezioni di droghe;

– la scena all’aeroporto: ne la jetèe c’è il ricordo dell’uomo e della sparatoria, ma ne l’esercito delle 12 scimmie è decisamente molto più elaborato, nonché momento chiave del film;

– i segni e le scritte sui muri (nessun riferimento però a bande sovversive o gruppi terroristici);

– una scena al museo degli animali imbalsamati (Gilliam ne l’esercito delle 12 scimmie popolerà di animali il mondo futuro);

– il mondo post catastrofe;

– la scena dell’albero, tratta da la donna che visse due volte, di Alfred Hitchcock, 1958, che si vede ne l’esercito delle 12 scimmie era già stata a sua volta omaggiato ne la jetèe.

 

seme dell'uomo titolo

 

Titolo: IL SEME DELL’UOMO

Regia: Marco Ferreri

Origine: Francia/Italia 1969

Durata: 101′

Programmazione: MARTEDì 4 APRILE, ore 17:30 – 20:30 presso la Casa del Cinema – Videoteca Pasinetti (Palazzo Mocenigo, San Stae 1990, Venezia)

 

Recensione a cura di Eloisa Antonini

In un futuro imprecisato le pestilenze hanno decimato la popolazione e l’unico rimedio per la sopravvivenza degli esseri umani sono una coppia di giovani, Cino e Dora, antieroici e sfuggenti, figure inafferrabili, troppo complesse (o vuote, a seconda dei punti di vista). Sono i novelli Adamo ed Eva, reclusi in un antiutopico giardino dell’eden post apocalittico con tanto di serpente tentatore a dividerli (la parte di Annie Girardot). Cino infatti, consapevole di essere uno degli ultimi uomini sulla terra, si affanna a raccogliere testimonianze della civiltà che sta scomparendo accumulandole con l’intenzione di creare un museo a memoria dell’umanità. Preso da un crescente fervore, Cino vorrebbe un figlio da Dora, ma lei, contraria, rifiuta con fermezza la sua passione. Quando Anna (interpretata da Annie Girardot, la figura retorica del serpente tentatore), una donna anch’essa fuggita dalle distruzioni, raggiunge il loro rifugio e fa capire a Cino di essere disposta ad esaudire il suo desiderio di paterinità, Dora, gelosa, la uccide e ne dà in pasto le carni al suo uomo. Scoperto l’accaduto, Cino droga la compagna e la violenta nel sonno. Tempo dopo Dora scopre con disperazione di essere incinta, ma lo sgomento della donna e l’eultanza dell’uomo sono un breve, fugace momento: un’improvvisa esplosione investe la spiaggia dove i due si trovano, spazzando via tutto, loro due e il mondo intero.
Ne “Il seme dell’uomo”, film davvero apocalittico e senza speranza, è allo stesso tempo molto potente e rabbioso. Marco Ferreri è un regista pessimista, forse uno dei più pessimisti tra i cineasti italiani: lui non ipotizza né preconizza l’apocalisse, ma la dà per scontata. Attraverso i due protagonisti racconta un orrore nuovo, fisico e metafisco, che prende corpo nelle loro coscienze, torturate e divise dai loro comportamenti e dai loro pensieri, dall’irrisolto dilemma tra il rifiuto di continuare la vita e il terrore di estinguersi. C’è nichilismo da vendere in questo film. Un’umanità disperata e una terra senza uomini.
Ferreri mostra la crisi dell’animale/uomo e la ricerca di un uomo nuovo, nell’impossibilità che questo possa realmente esistere, essere. Va di pari passo la volontà del regista nello scagliarsi con estrema lucidità (e facilità) contro la società dei consumi, destinata a finire male. La scena in cui le immagini telesive della catastrofe scorrono sulle note di Va Pensiero è una delle più stranianti di sempre.

 

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Anche quest’anno riparte la rassegna cinematografica Notti Disarmate!

In questa edizione propone il tema dei disastri ambientali e tecnologici, i quali per via della loro forza incisiva e drammaticità sono l’argomento maggiormente trattato dai mass-media. Questi ultimi, infatti, alimentano, attraverso le immagini prodotte ed il proliferarsi di questi eventi laceranti, una percezione continua di rischio, contribuendo ad accrescere i danni sociali e culturali.

Notti disarmate 2017 presenta quindi sette film, i quali si ripropongono di dare alla rassegna l’assetto di una mappa geografica, dove ogni appuntamento è uno zoom su un determinato punto della mappa colpito da una catastrofe, rendendo così protagonista la collettività sotto vari aspetti.

Le proiezioni si terranno ogni martedì e giovedì dal 4 al 27 aprile in due appuntamenti giornalieri, alle 17.30 e alle 20.30 presso la Casa del Cinema, San Stae, 1990, Venezia.

Inoltre vi evidenziamo l’appuntamento di mercoledì 5 aprile in cui, dalle ore 17:00, la rassegna ospiterà il professore Francesco Vallerani per un incontro intitolato “Agire incosciente e impatti umani: verso una geografia del disagio.” in cui si analizzerà il rapporto tra umanità e ambiente in luoghi toccati da disastri tecnologici e naturali.

A seguire la proiezione di due mediometraggi: La Jetèe di Chris Marker e La Soufrière – Warten auf eine unausweichliche Katastrophe di Werner Herzog.

L’ingresso è gratuito e si consiglia la prenotazione.

Vi aspettiamo!

Ecco la brochure:

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E dove seguirci:

https://www.facebook.com/events/197222597434256/